Pellegrini in Terrasanta

Martedì 2 gennaio un gruppo di parrocchiani, guidati da don Fabio, è partito per il pellegrinaggio in Terrasanta.

Qui vi raccontiamo qualcosa di questa esperienza, così da comprendere anche noi le parole del salmo 122:

“Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore! Sono fermi i nostri piedi alle tue porte Gerusalemme!”

Giovanni Paolo II di Gerusalemme aveva detto: “Per noi cristiani rappresenta il punto geografico dell’unione fra Dio e gli uomini, fra l’eternità e la storia”.

Fare un pellegrinaggio in Terrasanta vuol dire  mettersi in cammino; il viaggio fisico diventa un “cammino dell’anima”.

Dal diario di Martina (02.01.2018)

Il primo giorno è quello della partenza. Valigie pronte, zaino in spalla. Siamo un bel gruppo: 48, dai 16 anni agli over 70; non ci conosciamo tutti, o almeno non ancora. Eppure lo spirito si vede già.

Dai ‘buongiorno’ che echeggiano in pullman, dai ‘buon viaggio’ prima di salire in aereo, dai sorrisi. Nessuno lo dice ma tutti hanno nel cuore l’attesa. L’attesa per ciò che vedremo, per ciò che vivremo. Per qualcuno è un ritorno, anche se non sarà lo stesso, per altri è la prima volta. L’attesa però è quel sentimento forte e bello che rende attenti, pronti, vigili. È quel sentimento che coinvolge e che prepara un viaggio come questo.

Da Tel Aviv a Gerusalemme in pullman abbiamo potuto osservare un po’ la vita di chi vive qui. Domani ci aspettano Betlemme e, rientrando a Gerusalemme, i luoghi santi del monte Sion.

Così si compirà l’attesa e potremo vivere la bellezza “con gli occhi dei discepoli”, titolo di questo pellegrinaggio.

Dal diario di Martina (03.01.2018)

Da Betlemme al Cenacolo in comunione con Gesù. Questi i primi passi nella sua terra. Anche noi qui in comunione nel sacerdozio, nel matrimonio, nell’amicizia, come comunità. Qui preghiere come il Padre nostro, l’Ave Maria, l’Angelo di Dio  segnano la storia, prendono vita.

La prima tappa è l’Herodium, palazzo di Erode, dove si dice sia stato sepolto, anche se la tomba non è stata trovata. Andiamo poi a Betlemme per il percorso verso la Natività. Ripercorriamo non una favola, ma un fatto storico. Qui è cambiata la storia, qui è iniziata la vita vera. Qui, dove è nato Gesù, possiamo far crescere la nostra fede seguendo i passi dei pastori.

A Betlemme partecipiamo a una processione fino alla grotta della Natività dalla Chiesa francescana dedicata a Santa Caterina. Commovente, toccante, a tal punto che non è possibile descrivere ciò che abbiamo vissuto a parole.

Ciò che colpisce fino a questo punto della giornata però lo possiamo descrivere con un’immagine. Quella della luce. Luce del sole che caldo ci illumina fin dal primo mattino. Luce negli sguardi commossi di fronte al luogo dove è nato Gesù. Luce delle candele che ognuno ha in mano durante la processione. Luce nel cuore, forte e viva.

E proprio in questi luoghi riusciamo a capire quanto anche il nostro compito sia di essere luce. Luce per testimoniare la bellezza, l’amore, il bene; per testimoniare quanto un bambino, adorato dai pastori, abbia cambiato il mondo, ma nel nostro piccolo, anche ognuno di noi.

E con questa luce proseguiamo verso la Pasqua e incontriamo Gesù nel luogo del Cenacolo dove ha celebrato l’ultima cena e proprio lì vicino, nella chiesa detta del cenacolino, celebriamo l’Eucarestia. Proseguiamo poi verso il Gallicantu dove Pietro rinnegò il Maestro tre volte prima che il gallo cantasse. Proseguiamo il cammino, mentre il sole tramonta, fino al Muro del Pianto e poi, tra i colori e i profumi del Suk, torniamo in albergo.

Ormai è sera, buio, ma la luce è comunque una certezza: rimane nel cuore.

Dal diario di Martina (04.01.2018)

Il terzo giorno di pellegrinaggio è un continuo incontro tra musica, parole e silenzio, preghiera. Iniziamo dalla spianata delle moschee, luogo di preghiera silenzioso, raccolto, con la cupola dorata che riflette la luce incontrata ieri in questa terra. Torniamo poi al muro del pianto in cui la musica di chi celebra il bar mitzvah si mescola alle preghiere degli israeliani. Un clima di festa accanto alla preghiera.

La seconda tappa è quella del Monte degli Ulivi. Dalla Chiesa del Pater Noster dove recitiamo la preghiera che Gesù ci ha insegnato tenendoci per mano, al Dominus Flevit, fino ad arrivare al Getsemani. Qui domina il silenzio che scorre nelle crepe dei tronchi degli ulivi del giardino. Uno di questi mi colpisce in particolare: secco, morto a prima vista, ma poi guardando in alto si vede un piccolo ramoscello di ulivo, un piccolo segno di vita. Mi fa pensare ad ognuno di noi, che anche se nel corso della vita ci allontaniamo da Dio, abbiamo la certezza del Suo perdono.

“Dobbiamo avere l’apertura di cuore di Gesù ben consapevoli che possiamo addormentarci come i discepoli”. Proprio a questa vicenda e all’essere discepoli si collega Francesco Patton, Custode della Terra Santa, che incontriamo nel pomeriggio. Una testimonianza chiara, semplice nella sua profondità che ci restituisce tanti spunti di riflessione. L’incontro con l’altro è quello nel dialogo e nel rispetto reciproco fondamentale qui dove i Cristiani Cattolici sono solo il 2%. “Chi crede che l’incontro sia possibile trova il modo di incontrarLo e di incontrare l’altro”.

Sicuramente però un luogo di incontro dove tutto questo è molto chiaro, fin dall’entrata nella Basilica, è il Santo Sepolcro. Pellegrini e turisti si mischiano. C’è chi prega, chi curioso si affaccia nei luoghi di meditazione, chi si mette in fila per avere qualche momento di raccoglimento sulla roccia dove è stato sepolto Gesù. Eppure in questo movimento, vorticoso, che a volte fa distrarre o in cui è facile perdersi, inginocchiarsi lì dove Lo hanno deposto è commovente.

“Quando ho messo la mano su quella pietra ho detto grazie” dice uno di noi, un altro aggiunge “ho visto tanta gente che ha fede. Il Santo Sepolcro è davvero il luogo della fede di tutti, l’immagine della Chiesa che parla tutte le lingue del mondo”.

Ed è così che verifichiamo anche la nostra fede, nell’incontro, nel senso di comunione e di comunità che si crea sempre più forte, giorno dopo giorno, a partire dai piccoli gesti, dalle attenzioni, dalle fatiche condivise e dalla bellezza di radunarsi in cerchio, per raccontarsi le emozioni della giornata e cantare un po’ accompagnati dalla chitarra.

 

Dal diario di Martina (05.01.2018)

Oggi viviamo una tappa molto bella: il deserto. Prima dall’alto, poi, seguendo una strada cementata raggiungiamo il monastero di San Giorgio Goziba. Una vista splendida e un’accoglienza sorridente, con tanto di the caldo, fanno da cornice a un luogo di preghiera e silenzio con attorno diverse grotte di eremiti.
Dopo la visita il gruppo si divide: una prima parte torna al pullman sulla stessa strada, un’altra prosegue fino a Gerico, un’ora di cammino tra le rocce del deserto. Il panorama in cui siamo immersi è spettacolare, il silenzio confortante. Già tante le cose a cui pensare, le emozioni da descrivere nel cuore, ma due pensieri sono quelli che mi hanno accompagnato principalmente.

Il primo è la frase di una canzone: “Mia roccia, Tu sei, pace e conforto mi dai”. E tra l’aridità, camminando uno dietro l’altro, la sento come un’eco che ci accompagna. È uno dei tanti momenti per confrontarsi su ciò che abbiamo vissuto, ma anche per imparare ad abitare il silenzio.

La seconda cosa che mi colpisce e mi riempie il cuore è la bellezza del condividere questo cammino, un po’ avventuroso per certi versi, con gli amici. E allora il camminare a fianco uno dell’altro, dice di una comunione, un legame, della profondità dell’amicizia stessa.

Arriviamo così a Gerico, dove vediamo il luogo delle Tentazioni e poi il sicomoro da cui Zaccheo cercava di guardare Gesù. “Un uomo piccolo di statura”, nel Vangelo. Motivo di riflessione sulla nostra piccolezza e fragilità che cerca di andare più in alto, di raggiungerLo, di vederLo.
Prosegue l’avventura: tappa al Mar Morto. Il cielo é grigio, ma il vento sembra darci una tregua, come è stato attraversando il deserto, così i giovani, i più temerari del gruppo, decidono di fare il bagno o di provare a bagnare almeno i piedi. Impossibile affogare. Sarà un segno che questo luogo è proprio qui e non altrove?
Il viaggio continua e dopo due ore di pullman arriviamo a Nazareth. Domani scopriremo i luoghi della vita di Gesù e dei discepoli. Intanto come ci dice don Fabio a cena, commentando la giornata: “ricordatevi che il Cristianesimo non concepisce la solitudine, ma cerca continuamente la comunione.”

Dal diario di Martina (06.01.2018)

Oggi siamo attorno a Nazareth, tra la città di Sefforis in domus ricche, romane, con splendidi mosaici, e la povertà dei luoghi in cui Gesù ha incontrato i suoi.
“A volte non abbiamo tanto, ma siamo chiamati a dare quello che abbiamo, la nostra povertà. Il Cristianesimo non si compie attraverso lo sforzo dell’uomo, ma attraverso la grazia di Dio”. Don Fabio richiama la nostra attenzione affinché  ciò che stiamo vivendo e vedendo entri dentro di noi e ci serva da insegnamento.
Lo scopriamo bene mentre visitiamo Magdala, ricordando la Maddalena e poi nell’Eucarestia alla Chiesa dei Legionari di Cristo, che fin dalla facciata ci invita a prendere il largo. “Duc in altum”.

Ed è proprio ciò che si prova in questa Chiesa dove l’altare è simile a una grande barca. Alle spalle una vetrata mostra il lago di Tiberiade, luogo di tanti momenti di Gesù con i suoi.
Dopo pranzo visitiamo il monte delle Beatitudini in cui Gesù pronunciò il discorso della montagna. Ci lasciamo avvolgere ancora una volta dal silenzio e dalla bellezza che si respira in questo luogo tra bougainville, fiori e palme.
Proseguiamo il nostro pellegrinaggio e arriviamo là dove Pietro riconobbe l’amico e Maestro, dove per tre volte gli ricordò quanto bene gli voleva, pur nelle sue limitazioni e debolezze, lui che solo poco tempo prima lo aveva  per tre volte rinnegato.
Il Cristianesimo non è una faccenda per uomini perfetti. La moralità cristiana non è la perfezione, la coerenza assoluta, ma la continua ripresa del cammino.

L’uomo è sempre nella possibilità di riprendere il cammino.

Riprendere è ripescare, Gesù ti prende di nuovo con sé, il suo amore dice: mi piego a quello che sei, al tuo niente, al tuo essere poco e così ti riprendo continuamente con me. Il tuo continuo guardarmi e il tuo stare con me aprono una breccia nel mio cuore.” (Don Fabio)

Ed è con questo sguardo, con cui ognuno si sente guardato, chiamato, che arriviamo a Cafarnao, ultima tappa in cui vediamo le rovine della casa di Pietro. Questo luogo, nella sua povertà e semplicità, ci regala uno spettacolo emozionante. È il tramonto. Sguardo rivolto all’orizzonte, occhi che si riempiono di bellezza, di luce, di questo ulteriore dono a conclusione di un’altra giornata intensa. “Scoprirai allora il cielo dentro di te, una scia di luce lascerai”.

Dal diario di Martina (07.01.2018)

Ultima mattina del pellegrinaggio prima di andare in aeroporto e tornare alla normalità.

Questa giornata si srotola tra le vie di Nazareth, partendo dalla basilica dell’Annunciazione, dove avvenne l’annuncio a Maria.

Dire l’Angelus in questo luogo assume un senso profondo. Davanti alla grotta ognuno si ritaglia un po’ di spazio, in silenzio e chiede di poter essere sempre capace di dire sì. Sicuramente una delle prove più difficili.

Eppure come ci ha testimoniato ieri sera fratello Marco, uno dei piccoli fratelli di Foucault, arriva un momento in cui chiedersi: “continuo a lasciarmi vivere o prendo in mano i pezzi della mia vita e ricomincio a vivere davvero?”. Questo è quello che chiedo alla fine di questo viaggio.

Di saper vivere. E di vivere nel Suo nome.

Infine, con nel cuore e negli occhi questa esperienza, dico grazie per aver vissuto tutto questo.

Grazie a tutti e a ciascuno perché se c’è stata questa comunione e questa bellezza è davvero merito di ogni cuore, che mi ha arricchito di vita.