Con il dito di Tommaso (…noi siamo quel dito!)

La Quaresima prosegue e oggi vi offriamo una riflessione attorno al dipinto Incredulità di Tommaso (1601), del Caravaggio; noi siamo quel dito conficcato dentro il costato di Gesù.

Guardate la luce, che è concentrata sui volti e irrompe dall’alto irradiando il corpo di Gesù. E poi rimbalza sul volto dei 3 discepoli.

La ferita del costato è come un varco che raccoglie la sorgente misteriosa della luce.

Una finestra aperta.

Tommaso, lo spavaldo; quello che, quando compare la prima volta nel Vangelo (Gv, 11,16) dice “Andiamo a Gerusalemme a morire con lui”.

Due capitoli dopo, (Gv 14, 1-5), ha già perso la strada “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”

La sua sicurezza è già in discesa.

Si arriva infine al cap. 20, sempre Vangelo di Giovanni.

Tommaso fa la figura dell’empirista, che se non vede e non tocca, non crede.

Il dito che dipinge Caravaggio è il dito dell’uomo che vuole entrare nel cuore di Dio. Tommaso non era con gli altri apostoli quando Gesù era apparso la prima volta.

Non era con loro …non vuol dire solo che era assente.

Non era con loro in senso più ampio indica che Tommaso era un po’ tornato al suo lavoro, alla sua casa; si era dissociato, si era allontanato da quella realtà.

Era stato bello stare con Gesù, ma ora…Che rimpianto!

8 giorni dopo Tommaso c’è. Tornato? E tocca il fondo “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”.

Vuol vedere e toccare se è risorto il Crocifisso, proprio quell’uomo lì.

E Caravaggio cosa fa? Mostra una mano (di Gesù) che prende la mano di Tommaso (la tua, la mia, la mano di ognuno di noi) e la introduce nello squarcio del suo cuore ferito: la tua mano, la mia, non saprebbe in che direzione andare, il mio dito …vorrebbe mettersi in tasca il mistero.

Come se volessimo insegnare noi a Dio come deve agire da Dio. Dio a nostra immagine.

La Pasqua non è un optional, è l’azione che rivela chi è Gesù.

Colui che ci ha amati fino alla fine (in greco fine è telos, che non è solo fine – della vita- ma è anche fine, meta, traguardo).

E questo squarcio è ciò che dà significato a tutto, nella nostra vita!

Nel lavoro, negli affetti, nella dedizione agli altri, nell’impegno di volontariato, in quello politico o sociale… la vita che conta è quella che si vede e si riceve da quella ferita!

E c’è bisogno pure della mano di Gesù che accompagna …perché noi fissiamo lo sguardo, aggrottiamo la fronte, abbiamo un supplemento di attenzione, di tensione, di ricerca.

 

NB. Alcuni storici dell’arte hanno notato che la mano di Gesù sembra ‘copiata’ dalla Creazione di Michelangelo, dipinta nella Cappella Sistina. Ma non è la copia della mano di Dio che con un soffio crea Adamo (e le dita dei due arrivano quasi a sfiorarsi). Caravaggio prende a modello la mano di Adamo! Come a dire che è attraverso i testimoni, attraverso la Chiesa …che noi arriviamo a Gesù. E la mano dipinta ha un che di delicato; Dio non forza la nostra libertà, piuttosto ci invita, come un tocco gentile!

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